1647

1647

Dramma in un atto… 

d’amore per la propria terra, per la propria storia,

per i propri figli.

L’epopea della rivoluzione napoletana del 1647, capeggiata da Tommaso Aniello d’Amalfi, detto Masaniello, è sempre stato argomento di saggi, romanzi, spettacoli, anche solo per la poesia naturalmente sprigionata da un avvenimento che tutt’oggi rappresenta un unicum nella storia mondiale, con pochi altri casi simili, ma differenti sotto molti aspetti.

1647 prende spunto da questi avvenimenti, o meglio, dai fatti successivi a questi avvenimenti, raccontati dalle donne della rivoluzione. Lungi però dal raccontare una cronistoria, più che uno spettacolo storico parliamo di una suggestione: le donne sono dei simboli, degli esempi di donna e quindi esempi di Partenope (che è una donna), che più che la rivoluzione raccontano una città che nel 1647 era già vecchia oltre 2000 anni, schiava di una storia troppo importante per essere ignorata, vittima di un popolo che è popolo per tradizione, troppo individualista per poter veramente creare qualcosa. Perché Napoli è una città stanca, è una donna anziana che ha perso troppi figli per avere ancora fiducia nel mondo, una cacofonia di feste, urla, profumi, esoterismo, che nasconde dietro una prorompente giovialità una profonda amarezza, figlia di un popolo sconfitto, figlia del frutto dell’amore fra Masaniello e Bernardina.

Otto giorni. Tanto è durata la rivoluzione. Un figlio morto dopo otto giorni. Troppo debole per continuare la suo lotta contro la vita, troppo ostinato per non nascere per niente.

Questa è Napoli. Questi siamo noi. È questa la nostra condanna, la nostra rassegnata stanchezza è la nostra debolezza.

Testo e Regia di Vincenzo Borrelli

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