Serve

Il più straordinario esempio di quei mulinelli d’essere e d’apparenza, d’immaginario e di realtà, è una commedia di Genet a fornircelo. È il falso, il princisbecco, l’artificiale che, nella rappresentazione teatrale, attirano Genet. Egli diviene autore drammatico perché la menzogna della scena è la più manifesta e la più affascinante. Mai, forse, ha più sfrontatamente mentito che in Le Serve. Due cameriere amano e odiano insieme la loro padrona. Esse hanno denunciato l’amante di questa con delle lettere anonime. Venendo a sapere che sarà rilasciato in mancanza di prove, e che il loro tradimento sarà scoperto, tentano, una volta di più, di assassinare la Signora, falliscono, vogliono uccidersi a vicenda; finalmente una di esse si dà la morte, e l’altra sola, ebbra di gloria, tenta di innalzarsi, con la pompa degli atteggiamenti e delle parole, fino al magnifico destino che l’aspetta… (Dall’introduzione di Jean-Paul Sartre). La regia di Vincenzo Borrelli si trova perfettamente in linea con quelle che sono le indicazioni dello stesso Genet nel testo originale. Un testo crudo che come tale deve essere rappresentato, senza rifuggire in facili esagerazioni e caricature per cercare il favore del pubblico e senza rischiare di urtare quest’ultimo con una recitazione che non sia “furtiva”, con toni sommessi, come se le attrici sul palco stessero facendo qualcosa di sporco, di sbagliato, di cui si vergognano. Sulla stessa linea è la scelta di non voler accentuare la sensualità, cui facilmente si presterebbe un cast completamente al femminile, in modo da ottenere facili consensi, soluzione troppe volte trovata in passato da chi abbia voluto rappresentare la stessa pièce. Resta il dramma scarno di due serve, che nutrono per la propria padrona un misto di canzonatorio disprezzo ed un innegabile rispetto, che le porta ad impersonare ogni giorno, a turno, una parte. Con “Le serve”, Genet porta il teatro a teatro, mettendo in scena i giochi segreti di due donne condannate alla subordinazione.

Regia di Vincenzo Borrelli, testo di Jean Genet.

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