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Uno Spazio per il Teatro


Subito, alla mente, risalta il mimo di strada, ai profani al teatro.
E l’accostamento è lecito.
Il mimo di strada sorprende, compie movimenti insoliti, sembra possa catapultarti in un’altra dimensione tramite la sospensione della tua incredulità.
Ma il “mimo”, inteso come arte, fa di severità, lavoro e disagio i suoi pilastri.
Pone continuamente il suo corpo in una condizione di disequilibrio, spinge l’asticella del limite sempre un po’ in più là, lontana da qualsivoglia forma di comfort.
“Il mimo è un attore dilatato, in quanto l’assenza di parola e di qualsiasi altro segno dilata, appunto, i problemi del corpo, amplificandone anche la drammaticità.”
Lo si potrebbe anche accostare al danzare, suo più vicino “essere somigliante”, ma “il danzatore salta per saltare, per mostrare la sua leggerezza; il mimo salta per superare un certo ostacolo e, a tal fine, esplica una determinata quantità di lavoro. L’azione del mimo non ha in sé stessa il proprio fine: è un’azione reale”.
Il mimo, se vogliamo tenere i nostri precedenti accostamenti necessari per la comprensione di un’arte così complessa ai profani, è come un mimo di strada che balla incredibilmente bene per strada. Non si limita a poter divertire il pubblico, ma lo sorprende, giorno dopo giorno, con opere e salti nuovi. Finge la strada sia il palco. Studia la notte sfidando il suo corpo con movimenti continuamente rinnovati. E danza, come per Toledo, inseguendo una figura a essa simile nell’aspetto, ma dalla vita a sé stante: l’attore.
Attendendo la sacra unione con esso.

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